Boxe / Tandem / Educazione fisica

Boxe

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Ideazione e regia: Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco.
Testo: Enrico Ballardini
Con: Filippo Farina, Veronica Lucchesi, Dario Mangiaracina, Mariagrazia Pompei, Quinzio Quiescenti, Stefania Ventura, Gisella Vitrano, con la partecipazione di un pugile professionista su piazza
Disegno Luci: Clarissa Cappellani, Anna Petra Trombini
Datore luci: Marcello D’Agostino
Organizzazione e distribuzione: Giusi Giardina
Ufficio stampa A.C. Civilleri Lo Sicco: Erika Favaro
Produzione: A.C. Civilleri Lo Sicco
Coproduzione: Teatro Biondo di Palermo

In collaborazione con: Scenica Frammenti, Trasparenze Festival e Residenze, Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma

Quando il pugile entra nel ring e sale sul quadrato non è solo. Attorno a lui c’è il team. Attorno al Team c’è il pubblico. Il pugile è l’uomo che combatte per una bistecca da portare a casa, che resiste a colpi durissimi, che sfida il sistema. Il suo team è lì, attorno al quadrato, a ricordargli che lui è l’eroe e li porterà fino alla vittoria. Il pubblico partecipa alle gesta dell’eroe nel quadrato. Questa è la favola che tutti noi vorremmo ascoltare sulla boxe. Nel nostro mondo non è così. La boxe è solo una forma spettacolare, il pugile è l’attore di una farsa. Il team è un ingranaggio che tiene le fila di un mondo svuotato di senso, in cui la retorica è l’unica possibilità per rimanere a galla. Il pubblico è solo un insieme di occhi che assistono. Questa è la favola che nessuno di noi vuole ascoltare.

Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco

teaser di Peppino Sciortino
produzione DDSMEDIA

full documentary di Peppino Sciortino
produzione
DDSMEDIA

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Press

A conclusione della prima serata del Festival dello sport che si svolge al Teatro Ringhiera – ATIR è stato presentato il collaudato e filante Boxe, ideato e diretto, su un testo di Enrico Ballardini, da Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco.
All’insegna di un “triste” lo spettacolo deve continuare è facile vedere il parallelismo tra la boxe e il teatro ai tempi della crisi economica e valoriale d’oggi. Si è davanti alla storia, semplice e immediata, di un giovane ragazzo delle pulizie (Dario Mangiaracina) in una decadente e decaduta malmessa palestra che sa di polvere e sudiciume. Il giovane, che mostra subito un grande, se non addirittura eccessivo, vitalismo, sarà ben presto notato e invischiato dai gestori della palestra in cui lavora: uno staff sportivo stanco, senza motivazioni. Questa vera e propria corte dei miracoli è formata da maschere-icone del mondo pugilistico. Fanno parte dello staff uno sbronzo presentatore/arbitro (Filippo Farina), un ex pugile cotto e ora allenatore (Quinzio Quiescienti), la pin-up che sculetta sul ring tra una ripresa e l’altra (Stefania Ventura), l’aiuto/secondo o, come indicato più efficacemente nel testo, ragazza sgabello (una tenace Veronica Lucchesi),  il  medico (Gisella Vitrano) e la concreta organizzatrice/cassiera (una talentuosa Maria Grazia Pompei). Questa banda di sciamannati border-line sociali deve organizzare un incontro pugilistico per ottenere un finanziamento. Che c’è di meglio che incastrare il bel giovanotto scopa in mano?
Il ragazzo subisce quasi un plagio da quello staff grottesco e sale sul ring per un incontro finto (d’effetto il match accelerato e volontariamente clownesco), viene sconfitto, ma questo importa solo a lui, che vede sconfitto il proprio sogno, forse la stessa propria identità. Agli altri interessa solo aver fatto incasso perché necessariamente lo spettacolo deve continuare. I rimandi al mondo del teatro in questi tempi di crisi sono evidenti: quante le compagnie in difficoltà che pur di sopravvivere sono disposte a creare spettacoli su commissione, senza motivazioni e senza passione?
Uno spettacolo fresco e gradevole visivamente. Sicuramente di grande impatto visivo è la pesatura del campione: pesato a pezzi (ora una gamba, ora un braccio, ecc.) con lunghe corde ai capi delle quali s’affannano i componenti dello staff nel celebrare il triste gioco del burattino manovrato dai burattinai. In questo spettacolo la commistione di linguaggi (dalla farsa clownesca al dramma) la fa da padrone e ben ci sta per dare un affresco, non solo della boxe e del teatro, ma della società stessa in tempo di crisi: senza valori e intenta solo a contar denaro.
Per concludere è importante sottolineare come faccia parte del progetto  della coppia Civilleri – Lo Sicco reclutare, dopo un’accurata selezione, in ogni città dove è programmato Boxe un pugile vero  da opporre al pugile/burattino. Per questa occasione è stato scelto il giovane promettente peso medio Marcello Muccio della palestra Eracles Gymnasium di Milano.
Prima dello spettacolo si è svolta una simpatica chiacchierata tra Serena Sinigaglia, regista cofondatrice di Atir, e Gianni Clerici, supremo intenditore di tennis.

Adelio Rigamonti

Fonte: teatromilano.sonda.life

Il ring è un palcoscenico e il palcoscenico è un ring dove si affrontano le passioni, o la scomparsa delle passioni come nel buio di un knock-out; il pugile è un ballerino, un funambolo che come l’eroe di Jean Genet cerca la sua posizione nel mondo sacrificando nella sua rabbia la menzogna di una esistenza perduta, è un attore, un atleta del cuore sgorgato dalla drammaturgia dell’Artaud che conosceva “uno stato al di fuori dello spirito, della coscienza dell’essere, dove non ci sono più né parole né lettere, ma dove si entra attraverso urla e colpi”. Ma questo lavoro di Sabino Civilleri e di Manuela Lo Sicco, su bel testo di Enrico Ballardini, non ha solo tutto questo, queste suggestioni forse più facilmente percepibili, ha qualcosa di più e di diverso, compie, per così dire, un passo in avanti se non un salto nell’oscuro svuotamento di un tempo che non cerca eroi, perché non cerca più uomini e donne bensì sembra quasi e solo preconfezionarli.
Infatti, a mio avviso, alle suggestioni parallele tra boxe e teatro e quindi al sottinteso discorso sulla sincerità delle prestazioni sceniche e recitative, aggiunge un più complesso orizzonte, l’orizzonte della vita che si specchia nel teatro. Ma lo specchio appare desolatamente vuoto perché la vita è altrove fuggita.
È innanzitutto, e in questo, la storia del sequestro di un sogno, quello di un giovane ragazzo delle pulizie in una sperduta palestra-avanspettacolo che vuole diventare sé stesso con la boxe, sé stesso comunque sia nella vittoria che nella sconfitta, vuole “provarci”.
Convinto, fin quasi al plagio, da quelle grottesche maschere che per conto di altri tengono in piedi un meccanismo ormai vuoto, affronta un combattimento finto in una vita finta così che non è né vinto né sconfitto ma solo derubato di sé: ma necessariamente “lo spettacolo deve continuare”.
Metafora di un teatro svuotato da una società priva di sé stessa, in cui solo la contabilità ed il denaro accendono attese, movimenti e surrogati di passione, è una drammaturgia che trasforma man mano la sua struttura di farsa dall’acida risata in una sintassi oscura, gotica e quasi claustrofobica nella sua assenza di vie di fuga.
Una bella drammaturgia che dei suoi molti ascendenti fa la prima tappa di un percorso libero e autonomo, sia narrativo che scenico, in cui la nostalgia della vita, della naturalità e dunque della sincerità è riproposta e suggerita dalla loro assenza.
Un percorso, inoltre, che ripropone la relazione tra sport, e boxe in particolare, non solo dal punto di vista tradizionale dell’arte attoriale ma anche da quello della articolazione drammaturgica e del senso della narrazione scenica.
Nel bel libro di Franco Ruffini “Teatro e Boxe”, che i drammaturgi potrebbero aver avuto tra i loro riferimenti, la vita e con essa l’arte ancora alimentano l’evento sportivo ma se ne intravvede già il superamento e “il sorridente gioco di fanciullo si rovescia, qui, nell’impassibile funzionamento della macchina; alla naturalezza si oppone la tecnica; al mistero d’un’azione sorgiva fa riscontro il nitido reagire di progettati ingranaggi”.
Ora siamo oltre, in un mondo liquido e angoscioso di maschere e burattini etero-guidati, che ci sottrae ogni occasione e anche la possibilità della sconfitta, e con questa in fondo, nel continuo ripetersi, ci deruba infine della morte e del suo significato.
Il testo è interessante, la regia è salda con suggestioni e corrispondenze stimolanti (il telefono che squilla senza interlocutori, le arance di un giocoliere, il vero pugile coinvolto nel gioco scenico con effetti molto validi), la recitazione è da parte di tutti all’altezza.
Tra le scene ben ideate di Riccardo Bonechi giocano con efficacia, tra immedesimazione psicologica sottolineata dalle inflessioni dialettali e meccanicità da marionetta, Filippo Farina, Veronica Lucchesi, Dario Mangiaracina, Mariagrazia Pompei, Quinzio Quiescenti, Stefania Ventura e Gisella Vitrano.
Una produzione della compagnia Civilleri/Lo Sicco, vista al Teatro Akropolis di Genova Sestri Ponente il 6 aprile (prevista una replica il 7) nell’ambito della nuova edizione del Festival “Testimonianze ricerca azioni” che, di qui al 6 maggio, si presenta molto interessante.
Uno spettacolo apprezzato con molti applausi.

Maria Dolores Pesce

Fonte: dramma.it

Associazione Culturale Civilleri/LoSicco

Jack London amava il pugilato e ne temeva la mortalità. Pensava infatti, decenni prima di Alì e Tyson, del Madison Square Garden e del Caesar Palace, di The Rumble in the Jungle e di Rocky, che stesse «a poco a poco scomparendo». Jack London aveva torto, probabilmente. Ma un secolo dopo, al tempo in cui la crisi non è stato transitorio di difficoltà locali ma categoria ontologica sovraindividuale e condivisa, cifra simbolica della contemporaneità, la Boxe, “nobile arte” sempre di nuovo data per morta, è una bella metafora pronta da raccogliere.
Ecco che quindi al Teatro Quarticciolo debutta – dopo la prima a Modena per il festival Trasparenze – la nuova produzione di Civilleri/Lo Sicco, Boxe attorno al quadrato. Siamo in una palestra buia, corde e luci pendono dal soffitto, sgabelli e secchi per terra. Si aggira nel disordine un ragazzo (Dario Mangiaracina). Sta facendo le pulizie. Di modeste velleità, pare inopinatamente felice.
Gli infelici entrano in scena presto, un sestetto di lavoratori dello spettacolo pugilistico affacciati sul baratro dell’insignificanza, pronti a essere tagliati, sovvenzionati a scadenza: la cassiera e il dottore, la ragazza-ripresa e la ragazza-sgabello, il vecchio pugile ora allenatore, l’arbitro-cronista (nell’ordine: Maria Grazia Pompei, Gisella Vitrano, Stefania Ventura, Veronica Lucchesi, Quinzio Quiescenti, Filippo Farina). Serve un pugile, un pupazzo da mandare in scena un’ultima volta, riempire un ring per salvare la baracca.
Di nobili arti in stato comatoso ne abbiamo quante ne volete, e il riconoscimento è presto fatto. Non si fatica a intravedere fuor di metafora il teatro, con i suoi ruoli definiti, la necessità di perpetuare la recita senza mutare le forme, il vivacchiare sotto l’ombrello di elemosine più o meno illuminate. L’utilizzo dello sport – che è pratica e disciplina del corpo, tra tutti gli ingredienti del teatro di Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco il più rifinito e potente – come specchio del contemporaneo non è per la coppia di registi e attori una novità. Già in Educazione fisica la dialettica tra il capo e il gruppo della squadra di basket era stato indicato come discorso metateatrale, ma apriva la riflessione a più ampi contesti. Questa volta la sensazione è che la drammaturgia (Enrico Ballardini) sia maggiormente legata ai suoi referenti, nasconda meno i suoi spunti polemici. «Tell All the Truth but Tell It Slant», diceva Emily Dickinson, la verità è poco obliqua, al Teatro Quarticciolo: abbiamo tradito la nostra arte, abbiamo sposato uno status quo infame, abbiamo perso la voglia di rischiare, abbiamo gettato la spugna.
Ma Boxe attorno al quadrato ha qualcosa di obliquo e potente al di là delle sue parole: i tagli di luce (disegno luci di Clarissa Cappellani, Petra Trombini) che descrivono a poco a poco la scenografia (ideata dai due registi e realizzata da Leonardo Bonechi) – ancora più che nel precedente Tandem dispositivo attivo e dialettico con le sue corde e carrucole – la regia di un ensemble di attori che ruotano intorno al pugile stravolti nelle loro maschere, sempre in movimento eppure sempre impotenti. Boxe attorno al quadrato è uno spettacolo in controluce, “a sol y sombra” – come il titolo di uno dei libri sullo sport più belli di sempre, di Eduardo Galeano – che nel gettare ombre lunghe trova il suo senso più profondo, e più luminoso.

Giacomo Lamborizio

Fonte: paperstreet.it

MODENA – Va riconosciuto a Maurizio Lupinelli il merito di aver sempre fatto del suo lavoro, fonte di sfida continua, teso alla ricerca e alla sperimentazione, cogliendo quelle che sono le contraddizioni dell’essere umano, in cui tutti ci possiamo identificare: soggetti destinati – (a volte – spesso?) – a soccombere, a rinunciare ad ambizioni in nome di una sopravvivenza quotidiana e comune, finalizzata al fatto stesso che vivere si può a patto di accettare sofferenze, tormenti e ogni altra condanna, comminata da un destino cinico e senza pietà. Possono sembrare parole sprezzanti senza senso logico per quello che si analizza qui. In realtà servono a introdurre (come una sorta di prologo) Canelupo Nudo visto al Festival Trasparenze di Modena, di cui abbiamo già parlato in precedenza. La scelta, in questo caso, è stata rivolta verso un autore scomodo, forse “maledetto”: per la sua esistenza stessa, segnata dall’abuso di alcool e dalla sua scomparsa prematura, conseguenza irreversibili della sua dipendenza. Un destino a cui non era riuscito a sottrarsi, scegliendo di annullarsi il primo giorno del 1994. Werner Schwab, drammaturgo austriaco morto a 35 anni, uomo di teatro in crisi permanente, segnato da quelle contraddizioni esplicitate in precedenza. Maurizio Lupinelli insieme a Elisa Pol lo hanno scelto portando in scena una libera interpretazione di “La mia bocca di cane”, un’opera incompiuta e mai rappresentata in Italia.
Una versione drammaturgica di Rita Frongia allestita registicamente da Claudio Morganti, un maestro della scena italiana. Non si tratta di una scelta casuale, bensì di un progetto triennale portato a compimento finale, dove in precedenza Lupinelli ci aveva dato modo di conoscere questo autore nel 2010 con “Appassionatamente” e nel 2013 “Le presidentesse” (visto a Trasparenze), titoli appartenenti alla trilogia “Fäkaliendramen” , che tradotto si scrive Drammi fecali, e questo può bastare per capire come la visione esistenziale di Schwab sia stata in caduta libera dall’inizio alla fine. Nessuna possibilità di trovare un significato altro, diverso o meno dirompente. Lupinelli diventa egli stesso Schwab sulla scena dove giacciono per terra una miriade di bottiglie vuote, sono proiettili scarichi che lo hanno ucciso. La parte di palcoscenico della perdizione, della deriva maledetta, di tutto quello scibile umano in cui il drammaturgo stesso si lasciava trasportare. Una scena divisa a metà. Dall’altra c’è una donna, una figura femminile che cerca di capire, non si fa capire, non riesce a sottrarre l’uomo al suo fatale destino. Qui si svolgono dei dialoghi a due tra Muso e Lilly (i due nomi dei personaggi), in spasmodico affanno e inutile ricerca di un dialogo possibile. Parlano una lingua incomprensibile, sguaiata, grottesca, a tratti paradossale, offrendo momenti di ilarità e comicità recitativa che stempera e alleggerisce i monologhi gutturali di Lupinelli. L’attore usa il microfono come fosse un megafono con i decibel del suono portati all’ennesima potenza. Una voce che emana una parola ripetuta fino allo sfinimento. La parola che rimanda alle feci, a quel termine usato spesso impropriamente. Tema ricorrente che insieme a quello dell’alcol, faceva parte di quel connubio esistenziale e indissolubile dell’autore.
Un lavoro difficile, impervio da scalare, da portare ad un risultato che fa fatica ad amalgamarsi, dove se da una parte affascina e rapisce, dall’altra si prova un senso di respingimento, di distacco (voluto?), di insofferenza per qualcosa che trascende, deborda, dilata e crea una sorta di spiazzamento uditivo e visivo. La separazione in scena tra le due azioni drammaturgiche, sceniche e registiche dividono e non si integrano, dando la sensazione di essere due mondi separati. Forse due vite distinte che non si potranno mai unire. Sono interrogativi a cui non è stato possibile trovare una soluzione.
Un ring, un pugile, un vecchio allenatore ex pugile, l’arbitro – cronista, la cassiera, le ragazze assistenti al pugile, uno sport violento, carico di aspettative, di sudore, di denaro da vincere nelle scommesse, di vite che si incrociano, si combattono e si dividono. Nel bene e nel male. Boxe – Attorno al quadrato di Sabino Civilleri e Manuela Lo Scicco portano in scena una storia di pugilato, o meglio di desiderio di fare del pugilato, di battersi con un altro atleta dei guantoni, ma il loro vero obiettivo è un altro. Rappresentare attraverso la metafora, la vita, il ring dell’esistenza di ognuno di noi. Per nulla facile tanto meno scontato. Lo sport, una pratica antica come quella del pugilato, l’educazione al corpo per impegnarlo in uno scontro fisico traslato su quello dialettico, in questo caso, per farne una versione drammaturgica e teatrale. Una gara mai svolta, un combattimento mai avvenuto, aspettative, attese deluse. Si potrebbe andare avanti all’infinito ma il tentativo è quello di cercare (o almeno provare) di sistematizzare quello che avviene sulla scena. Un primo dato di realtà visiva e critica è quello di assistere a dinamiche tra uomini e donne in perenne affanno, infelici per loro natura, costretti malgrado loro a “combattere” per sopravvivere.
Il quadrato o ring si svela a poco a poco, grazie ad un disegno luci fascinoso e conturbante, composto da un groviglio di corde e carrucole, tutto l’armamentario scenotecnico ad uso del teatro. Diventa materiale scenografico mutuato da quello utilizzato abitualmente dietro le quinte. Una soluzione ingegnosa a tratti eccessiva come quando il pugilatore si allena alzando e abbassando un’americana (l’asta che serve per agganciare scene e quinte) pesante per via dei proiettori appesi. L’impegno registico, artistico, recitativo (attori e attrici di indubbia bravura, ottimi caratteristi) è notevole, e si basa su un lavoro drammaturgico che cerca di esaltare le varie sfaccettature legata ad un dinamismo tra i personaggi che popolano il miro mondo del pugilato, esemplificando quelle che sono le dinamiche reali di tutti i giorni, e dando per scontato che la rassegnazione e il fallimento sia una condizione a cui difficilmente ci si possa sottrarre. Lo spettacolo ha buoni spunti ma soffre a momenti per un eccesso di segni, di movimentazioni sceniche e gestualità caricata, su cui converrà riflettere per ordinare maggiormente e favorire una linearità più godibile per tutti.

Roberto Rinaldi

Fonte: rumorscena.com

Attore e uomo. Uomo e attore. La vita come teatro o, ancor meglio, il teatro come vita: gioco riflessivo assai ricorrente sul palco e nei discorsi intorno al medesimo. Più che lecito, s’intenda, ché il rimando continuo ha storia e lignaggio, oltre che ampie porzioni di senso. Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri tornano in pista, ossia in scena, delegando una scalcinata compagnia di marginali figure ammiccanti alla ribalta (identici i ruoli: l’organizzatrice volitiva, l’atletico amoroso, la bella discinta, il rodato affabulatore) e che, invece, aleggiano attorno al quadrato, come da titolo, il ring della nobil arte decaduta (non ce ne voglia il coriaceo Floyd Mayweather, che mai ci leggerà, se diciamo che vale meno di un’unghia dei Sonny Liston che furono). E, come rammentato negli appositi consigliazzi, il rimando tra scena e quadrato ha pure un giusto avallo teorico, ricordando il bel Teatro e boxe. L’atleta del cuore nella scena del Novecento di Franco Ruffini (Bologna, Il Mulino, 1994).
Nella semioscurità lattiginosa della sala Ryszard Cieslak, salta subito all’occhio la matericità degli arredi: cordami dall’alto,americane (le aste orizzontali su cui poggiano i riflettori) a mezz’aria, vecchie seggiole in legno. Esalazioni d’esausta miseria, da fabbrica dismessa, come d’un luogo un tempo dignitoso, forse addirittura vivo, ora seppellito da polvere e dimenticanza. E hanno ragione, qui, i già autori di Tandem, ché teatro e boxe, per vocazione decadente e fasti trascorsi, han più d’un che da spartire: il brinoso dominio d’un tenue azzurro-verde ricorda certi tratti di Million Dollar Baby, pellicola che ben più del patinato fintoplebeoRocky o del barbarico Toro scatenato, ci sembra ispirar la scena di Leonardo Bonechi.
Gionata Bernardeschi, pugile in vita (dall’Accademia Pugilistica Mazzinghi: la provincia pisana ha popolaresche e illustri consuetudini coi guantoni, come rammentato anche da Cazzotti, monologo di Marco Azzurrini, un paio d’anni fa), è il cenerentolo pinocchiesco d’una fiaba su questo mondo liso, consunto come una stoffa sfibrata. Intuiscono le vaghe potenzialità del baldo fanciullo i componenti della compagnia (nell’idioma d’oggi si direbbe entourage), tanto somigliante ai contemporanei ensemble scenici perennemente tribolati nell’abbinar pranzo e cena. Novelligatti e volpi, ammaliano il garzone scopa in mano che scavalca le corde e debutta sul ring.
Filippo Farina è un mellifluo imbonitore settentrionalotto, Quinzio Quiescienti il coach devastato dai rimpianti, Stefania Ventura la sventola che sfila tra una ripresa e l’altra, Veronica Lucchesi la tenace ragazza sgabello, Maria Grazia Pompei la concretissima pianificatrice.
Scherma recitativa vivace a momenti, e preziosa nella concertazione fisica, quando, con pochi gesti, gli attori creano spazi giocando coi materiali (le funi diventano ring, i corpi come angoli), pur nella prevedibile linearità della fabula: a illusione segue puntualissima delusione.C’est la vie, caro boxeur, e no, non c’è speranza né redenzione né niente, in fondo, cui aspirare.
Il pugilato è(ra) una farsa, un sogno cui cedere cuore e passione, dalla seduta d’una palestra periferica o, direttamente, la poltrona installata dinanzi al televisore. Lo spettacolo popolare che, da sempre, ha da infiammare i cuori, come il catch di barthesiana memoria, ma il fuoco dura solo quanto lo si vuol far durare: alcuni vi dedicano vita e pensieri, altri se ne sbattono e nessuno, per quel che conta, ha davvero mai torto. Il pregio di questa Boxe attorno al quadrato è l’affresco delicato, che lascia intendere il riferirsi al teatro, ma senza la presunzione snobbettina di certa (triste-trita) ricerca sempre concentrata sul proprio ombelico.
Applausi timidi (per il finale forse mal colto da taluni o per l’esigua presenza di spettatori), ma sinceri e meritati.

Igor Vazzaz

Fonte: losguardodiarlecchino.it

La vita come rappresentazione teatrale. La rappresentazione teatrale come un incontro di boxe. Per proprietà transitiva quindi ci dovrebbe essere una parentela anche tra la boxe e la continua lotta per la sopravvivenza, tra il pugile suonato che deve andare avanti e il senso di vuoto dell’esistere.
Quando si tirano fuori concetti del genere, scadere nella retorica del significato è un attimo. Per fortuna ha evitato questa deriva “Boxe – attorno al quadrato”, la pièce teatrale diretta da Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco, che è andata in scena ieri sera al Teatro di Lari, all’interno del Collinarea Festival 2015.
Lo spettacolo parte con uno zoom sulle aspirazioni di un moderno Cenerentolo (Dario Mangiaracina) intento a far pulizie, ma pronto a tener testa alla vita. Nei suoi movimenti, prima ancora che nelle sue parole, si denota un vitalismo che ben presto si scontrerà con una compagine sportiva oscura, stanca, demotivata. Un sestetto formato da varieprofessionalità iconiche – dalla cassiera alla ragazza-ripresa, dall’allenatore al medico (Filippo Farina, Veronica Lucchesi, Mariagrazia Pompei, Quinzio Quiescenti, Stefania Ventura, Gisella Vitrano) – dovrà organizzare un match per accaparrarsi un finanziamento (pubblico? privato?) in occasione della “fiera mondiale”. L’allusione all’Expo e ai finanziamenti a pioggia che tali eventi garantiscono è proprio li, sotto gli occhi, a dirci che non corre molta differenza tra organizzare un combattimento e tirar su uno spettacolo teatrale a comando.
Povero ragazzo, quello al centro della scena, che spazza e balla, mostrando la fragilità del sogno di chi è vissuto masticando letture su match memorabili, e crede alle promesse fatuedi questi gatti e queste volpi, che dai tempi di Collodi ad oggi si sono moltiplicati sotto il principio della divisione del lavoro.
“Boxe – attorno al quadrato” è una narrazione di sacrifici, privazioni di cibo, allenamenti intensivi e soddisfazioni risibili. Il pugile-artista è pesato con l’ausilio di corde, e l’intera immagine non può non rimandare a quella di un burattino vivente in mano a sei “pupari”. E’ persa la voglia di rischiare, di rilanciare. Ognuno deve svolgere il suo compito, a ognuno spetta un’apparizione, un “successo”. Non nel senso di trionfo, ma nel senso di participio passato di “succedere”, un po’ come dei florilegi consumati di aneddoti in bocca all’ex pugile.
Con lo stratagemma della metafora sportiva – peraltro già usata da Civilleri/Lo Sicco in “Educazione fisica”, in una prospettiva meno corale – si gioca al metateatro, alla disarticolazione dello spettacolo. Quello che va in scena è l’osceno, cioè quello che dovrebbe stare fuori di scena, e quindi la struttura materiale a cui soggiace lo show biz (e qui i fan della storia sociale dell’arte farebbero salti di gioia). L’incontro di pugilato è solo una brevissima parte della narrazione, il resto è lavoro sulla selva dei significanti, in particolare il movimento dei corpi. Già, perché anche l’occhio è ascolto, tanto nella boxe quanto nel teatro.
Un progressivo disvelamento, attraverso le luci, prima della scenografia e poi dei corpi, ci porta verso un epilogo in cui i riflettori serviranno ad illuminare solo la conta dei dividendi. Sembra una riedizione dei “Bari” di Caravaggio.
Unico appunto allo spettacolo: “Boxe” poteva essere accolto in un spazio più ampio. In molti passaggi si è avuta la sensazione che il movimento sulla scena fosse “castrato” dagli spazi esigui. Per il resto va il plauso alla regia per aver reso percepibile il concetto di “Running to stand still” – per dirla con una canzone degli U2. Bravi.

Giuseppe Flavio Pagano

Fonte: radioeco.it

Il duo siciliano composto da Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco porta in scena ancora una volta una pièce che ha come sfondo il mondo dello sport (dopo Educazione fisica e Tandem): BOXE attorno al quadrato.
Lo spettacolo, prodotto dal Teatro della Toscana, che ha debuttato nella primavera di quest’anno al Festival Trasparenze di Modena, è stato ospite di Collinarea a luglio ed è in cartellone al Teatro Era tra il 13 e il 18 ottobre.
Una scena affollata (sette sono in tutto gli attori: Filippo Farina, Veronica Lucchesi, Dario Mangiaracina, Mariagrazia Pompei, Quinzio Quiescenti, Stefania Ventura, Gisella Vitrano) nell’angusto spazio di una palestra in rovina, buia e polverosa, tra funi, sgabelli, lampade e sacche di tela.
Uno strampalato team, dove i personaggi caricaturali la fanno da padroni, deve organizzare un incontro di boxe, appunto, pena: la chiusura del “rubinetto economico”. Dopo lo sconcerto iniziale ecco l’idea: ingaggiare il ragazzo delle pulizie, il giovane di belle speranze, l’ultimo arrivato, l’unico che svolge realmente la sua mansione, mentre gli altri giocano a carte. In uno spazio che cambia velocemente si muove il circo dei preparativi: l’allenamento dell’eroe inconsapevole, la vestizione, fino alla discesa vera e propria di un ring composto da assi di legno, all’interno del quale si svolge il fatidico incontro.
Ma il risultato dell’incontro non è importante, è il mezzo attraverso cui il sistema gira, un sistema senza scopo, vuoto, che serve solo a mantenere lo status quo. Un misterioso uomo nero infatti consegna i soldi e tutto ricomincia.
Rapida e sapientemente studiata la partitura del testo, all’altezza del coeso gruppo attoriale che dà vita ad uno spettacolo vitale, fisico, capace di quel ritmo che già ci ha colpito nelle precedenti produzioni dei due registi, ex-attori di Emma Dante.
Assolutamente consigliato.

Chiara Lazzeri

Fonte: tuttomondonews.it